Quel famoso “istinto materno”

Per quanto la storia possa essere facile da dimenticare, un fatto certo è che la grande idealizzazione cui è stata sottoposta la maternità come fase specifica della vita di una donna (che avrebbe come inizio la gravidanza e come fine praticamente alcuna fine) è cosa piuttosto ‘recente’.

 Nei secoli che ci hanno preceduti l’importanza e i doveri (ritenuti più o meno spontanei e più o meno istintuali) attribuiti alle mamme hanno visto fasi alterne e assai diverse . Ad esempio per larga parte del XV e XVI secolo era prassi assai desiderabile mettere i figli a balia, il che equivaleva in definitiva a farli accudire nelle fasi più delicate dello sviluppo da perfette estranee e assai lontani dalla casa di nascita. Questo per permettere alle donne di non essere ostacolate nei loro doveri quotidiani (che per le più fortunate potevano anche solo essere il proseguio della vita in società) e per evitare loro l’allattamento, molto a lungo considerato una pratica sconveniente e dal vago sapore ‘selvaggio’.

Anche i lutti per figli assai in tenera età erano ‘smaltiti’ dalle mamme e dalle famiglie in modi e tempi assai differenti dagli attuali, e non certo per mancanza di sensibilità nelle donne di un tempo e ancor meno perché mancassero poi casi in cui questi segnavano marcatamente la vita femminile, quanto per una concezione diffusa e condivisa dei bambini come oggetti di non troppo valore. Oggetti sì, e non persone, perché solo negli ultimi trent’anni l’ordinamento giuridico ha mostrato una sensibilità crescente nei confronti del minore. Prima il minore era veramente minore, infatti si trovava in una condizione di inferiorità umana e di assoluta incompiutezza che lo facevano dipendere da altri. La vita dell’infanzia non ha avuto per lungo tempo alcun significato per il mondo degli adulti, per il costume, il minore è stato a lungo percepito come un essere che diviene persona-soggetto di diritti solo dopo essere stato educato e plasmato.

Inevitabile intuire quanto questa percezione dell’infanzia potesse più o meno indirettamente togliere potere e idealizzazione alla corrispettiva funzione materna.

Il mondo in cui oggi viviamo, viceversa, vede per la prima volta nella storia nella nascita di un bambino un evento scelto e determinato dalla volontà di uno o entrambi i genitori (non dimentichiamo che l’introduzione della pillola anticoncezionale ha soli cinquant’anni), il che non può che renderlo ‘speciale’, proprio in quanto ‘scelto’ e non più vagamente capitato come la pioggia sui campi o di dovere ricercato perché dalla sua nascita potevano dipendere le sorti della moglie e il destino dell’eredità familiare.

In un mondo in il concepimento è una scelta, la maternità è stata paradossalmente rivalutata in quanto ‘istinto’.

Premettendo il fatto che non vi sono prove scientifiche che definitivamente possano far deporre a favore o sfavore dell’esistenza di un ‘istinto’ materno, è pur vero che la parola ‘istinto’ di per sé fa riferimento a comportamenti e atteggiamenti automatici e stereotipati propri di molte specie animali, ma in qualche modo estintesi nell’uomo, che a differenza del resto del regno animale è dotato della corteccia cerebrale superiore e del linguaggio verbale.

In tal senso non ci piace molto associare la parola istinto a quella che meglio può essere definita ‘funzione’ materna.

La funzione materna infatti, è un concetto che va ben oltre e ben aldilà dei compiti e doveri di mamma: è la capacità di creare relazione e stare in relazione, di stare in legami significativi e dotarli di significati complessi. La funzione materna è quella che nutre la nostra vita emotiva e relazionale. In quanto tale ne sono dotati tutti, sia uomini che donne, chi più chi meno a seconda di quanto ci è stata trasmessa da chi si è preso cura di noi o di quanto consapevolmente abbiamo o meno deciso di coltivarla (come decidiamo di coltivare tutte le altre capacità di cui siamo dotati dalla nascita!).

Parlare di istinto in associazione alla maternità equivale a togliere ogni consapevolezza alla funzione materna, inclusa la magia e la fatica che sempre c’è nell’incontro di una madre con l’altro da sé che è il suo bambino. Perché le madri di uomo non si devono limitare ad offrire la mammella, come accade più facilmente nel resto del regno animale, ma accompagnare lo sviluppo emotivo e relazionale di un essere umano in tutto e per tutto diverso da sé, e che in quanto tale va conosciuto, osservato, ‘imparato’…

E ogni buon accompagnamento necessita di consapevolezza: di sé come esseri umani prima che mamme, dell’altro come essere umano prima che figlio, e questo comporta lavoro, fatica, sudore, frustrazione, rabbia, delusioni e stanchezza…

Tutte cose che in un istinto non possono trovare spazio…

Essere madri è un compito di crescita consapevole e complesso, che allena alla relazione con un ‘estraneo’ (quale sempre all’inizio è il proprio bambino, prima ancora che egli stesso sappia chi è e cosa vuole), in modo da poter trasmettere proprio a lui la capacità di stare al mondo, stando con gli altri….

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