Quando l’amore (non) finisce

“Quando finisce un amore, così come è finito il mio/ senza una ragione né un motivo, senza niente” cantava Cocciante, e si ripetono moltitudini di amanti delusi e disillusi dalle gioie di un amore in cui hanno tanto (troppo?) sperato.

Più o meno tutti siamo passati dall’esperienza di come proprio le relazioni sentimentali più sofferte, quelle che fanno o hanno fatto più ‘male’, finiscono per diventare le più salde, le più difficili da rompere… ‘male’, dolore, che con la lente del poi diventa proprio come quel “senza una ragione, senza niente” e che come un elastico che si deforma all’infinito porta sempre indietro, e sempre con maggiore forza. In un gioco di eterni ritorni sempre più distruttivi.

D’altronde è difficile anche solo pensare di rinunciare a qualcosa su cui si è tanto investito… e per fare un confronto materiale: come buttare via qualcosa che si è pagato tanto?

In effetti l’equazione ‘se è costato tanto allora varrà altrettanto’ è dietro l’angolo per le cose, ma anche e soprattutto per le relazioni personali…

Ammettere di aver fatto un cattivo investimento, di aver pagato ‘troppo’ qualcosa che invece valeva assai meno del suo prezzo di fabbrica, dirsi che si è stati in fondo ‘fregati’ e ci si è rimesso più di quanto non si sia ottenuto, è uno scalino estremamente difficile da scendere… significa fare i conti con le proprie cecità, ammettere di avere delle aree fallibili e del tutto sprovvedute di cui gli altri si possono (non troppo difficilmente) approfittare… significa doversi sentire vulnerabili rispetto a se stessi.

E allora diventa addirittura più facile sentirsi vulnerabili rispetto al partner che fa male piuttosto che rispetto alle nostre cecità, ingenuità, fragilità, fallibilità… perché così posso continuare a dire di mettercela tutta e occuparmi della relazione, dei suoi problemi, delle sue perplessità, delle sue indecisioni (che mi fanno male) evitando efficacemente di occuparmi di me.

Perché se ci sono relazioni in cui si riesce a restare nonostante tutto il male che ci si fa, è solo continuando a negare, ignorare, non voler guardare quel dolore su di sé.

Non si tratta di masochismo se si evita di guardare: d’altra parte anche quando un bambino si fa un livido se gli si dice di non pensarci il dolore smette di essere percepito, no? Un dolore non affrontato è un dolore anestetizzato, che solo a sprazzi dà delle fitte ma che poi torna a dormire quando ci si ‘distrae’ con dei bei racconti.

Nessuno vuole soffrire, ma ci si può infliggere dolori tremendi semplicemente evitando di pensarci… il dolore psichico è come il dolore fisico in questo, se non ci penso fa meno male.

Peccato che se non ci occupiamo delle nostre ferite, queste rischiano inevitabilmente di diventare emorragie o anche di suppurare e dilagare su tutto l’organismo.

Abbiamo la responsabilità di occuparci del nostro dolore, delle nostre ferite, del nostro benessere, anche se è più facile assumerci la finta responsabilità di farlo per gli altri più che per noi.

Quando finisce un amore che fa male, forse occorre suturare le ferite e lasciare che cicatrizzino piuttosto che raccontarcela sulle presunte ferite dell’altro e sui presunti suoi motivi, che noi non avremo mai modo né motivo di conoscere e tantomeno ‘curare’ davvero.

Ogni volta che ci diciamo ‘si però lui/lei è’ o forse ‘lui/lei pensa, sente, dice’, ci stiamo distraendo dalla nostra ferita, nulla più.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *